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| Brain Imaging per la comunicazione dei pazienti in stato vegetativo |
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| di Cristina Gandola | |
| Giovedì 25 Marzo 2010 18:16 | |
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L'interpretazione delle risposte è stata possibile grazie all'impiego delle tecniche di brain imaging. Il brain imaging o neuroimaging include tutte le tecniche di analisi del cervello sia in caso di stati patologici sia durante il suo normale funzionamento. I pazienti in stato vegetativo sono spesso difficili da trattare principalmente perché non sono disponibili strumenti diagnostici adeguati per queste particolari condizioni cliniche. La diagnosi differenziale di questo tipo di disturbi porta spesso ad errori con una percentuale pari al 40% di diagnosi sbagliate. Numerose condizioni di incoscienza vengono spesso confuse con uno stato di coma. In realtà il coma dura in genere alcuni giorni o settimane, dopo questo periodo il paziente si sveglia oppure entra in uno stato di minima coscienza – in cui può occasionalmente ridere o piangere e rispondere a semplici domande – oppure in uno stato vegetativo – in cui è totalmente inconsapevole di ciò che accade. Questo studio ha coinvolto 54 pazienti in stato di minima coscienza e in stato vegetativo. I ricercatori si sono avvalsi della risonanza magnetica funzionale (MRI) per verificare sia la capacità di generare pensieri neuroanatomicamente specifici sia i livelli di ossigenazione del sangue delle diverse aree durante i test. I ricercatori hanno verificato che 5 dei 54 soggetti con diagnosi di presunto stato vegetativo erano capaci di controllare volontariamente la loro attività cerebrale, suggerendo che, sebbene sia raro, alcuni pazienti mostrano segnali misurabili di coscienza. I 5 pazienti in stato vegetativo che riuscivano a rispondere ai test proposti nello studio avevano tutti subito lesioni cerebrali da trauma e questo fa pensare che i soggetti colpiti da tali lesioni abbiano maggiore probabilità di guarigione. Prima dei test effettuati dal team di ricercatori belgi e inglesi, nessuno era stato in grado di comunicare con il paziente ventiduenne. "Si tratta solo del primo caso, ma ci permette di capire che gli sviluppi tecnologici stanno migliorando le possibilità di diagnosi. Sono convinto che dovremmo adattare le tipologie di cura, le nostre regole di etica e le norme di legge in base a queste nuove scoperte dettate dal progresso tecnologico” afferma Steven Laureys a capo del gruppo di “scienza del coma” presso l'Università di Liegi in Belgio e coautore di questo studio. Nel 2006 Adrian Owen, neurologo del Medical Research Council di Cambridge in Inghilterra, pubblicò un lavoro sulla risonanza magnetica funzionale (fMRI) come strumento per misurare in modo indiretto l'attività cerebrale, e mostrò che un paziente privo di segni visibili di coscienza era capace di rispondere mentalmente ad una serie di comandi complessi quasi come può farlo una persona in piena salute. Lo studio di Laureys dimostra che il paziente di Owen non era un caso isolato e che il brain imaging può realmente essere impiegato come strumento efficace per comunicare con i pazienti in stato di incoscienza. I ricercatori stanno ora cercando di sviluppare metodi alternativi per misurare l'attività cerebrale dei pazienti in stato vegetativo. I ricercatori stanno sviluppando anche una serie di interfacce cognitive con lo scopo di facilitare l'interazione tra i pazienti in stato vegetativo e il mondo esterno. Si tratta di sistemi molto simili a quelli in fase di sviluppo per i pazienti gravemente paralizzati. “Spero che questi strumenti vengano realizzati in tempi brevi. Desideriamo fortemente sapere quanto questi pazienti siano capaci di comunicare perciò dobbiamo fornire loro più metodi differenti affinché la comunicazione risulti più semplice” spiega Nicholas Schiff che conduce una ricerca simile presso il Weill Cornell Medical College di New York. I risultati dello studio, seppur parziali, aprono nuove e interessanti prospettive: alcuni dei pazienti in stato vegetativo potrebbero essere capaci di compiere decisioni riguardo alle cure mediche a cui sottoporsi. Tale possibilità implica il superamento di un gran numero di problemi scientifici, etici e legali. I ricercatori ad esempio non hanno chiesto al paziente se sentiva dolore, si sono limitati a domande semplici le cui risposte potevano essere facilmente confermate da amici e parenti del malato. Quanto siano coscienti questi pazienti in stato vegetativo rimane ancora da scoprire. Questa ricerca dimostra che, in una piccola percentuale di pazienti, lo stato vegetativo o di minima coscienza non preclude la capacità dell'individuo di comunicare con il mondo esterno, infatti, grazie all'impiego delle opportune tecnologie per lo studio del cervello, è possibile verificare un'attività cerebrale che permette di ipotizzare un certo livello di coscienza. Lo sviluppo tecnologico ha permesso di oltrepassare quello che veniva considerato il limite tra coscienza e incoscienza, sarà quindi necessario prendere in considerazione nuove questioni etiche per ridefinire “lo stato di coscienza” di un individuo. Questi temi andranno affrontati in modo pacato valutando sia gli aspetti scientifici e medici sia quelli morali e religiosi, ricordando sempre l'importanza della “libera scelta” a cui ogni persona ha diritto. “Questo lavoro di ricerca è un passo avanti negli studi di neurologia e scienze cognitive, probabilmente rappresenterà la base su cui sviluppare una più ampia e consapevole discussione su ciò che significa veramente essere coscienti” afferma Allan Ropper, neurologo del Brigham and Women's Hospital di Boston. |
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