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| Un segnale luminoso per il rilascio di farmaci nell’organismo |
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| di Cristina Gandola | |
| Venerdì 16 Ottobre 2009 20:49 | |
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Un team di ricercatori inglesi della Queen Mary University di Londra in collaborazione con i colleghi della Jacobs University Bremen e del Max Planck Institute of Colloids in Germania ha creato microcapsule polimeriche coperte d’oro che sono in grado di liberare i composti direttamente nelle cellule mediante lisi indotta dall’esposizione ai raggi ultravioletti. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Small. “E’ possibile lasciare le capsule nel corpo fino al momento in cui è effettivamente necessario il loro utilizzo. Basta somministrare luce ultravioletta affinché le capsule rilascino il composto attivo direttamente nel distretto corporeo di interesse” spiega Gleb Sukhorukov, professore di biomateriali presso la Queen Mary University di Londra e membro del team di ricercatori coinvolto nel progetto. Una possibile applicazione, suggerisce il professor Sukhorukov, riguarda la somministrazione di farmaci dopo un’operazione: le capsule potranno fornire il medicinale direttamente sul sito dell’operazione, anche settimane dopo l’intervento, senza la necessità di dover praticare ulteriori traumi chirurgici al paziente. Le capsule sono costituite da un sottile scheletro di silicio attorno al quale vengono avvolti strati di polimeri. Durante questo processo le nanoparticelle di oro vengono aggiunte alle pareti della capsula. Successivamente lo scheletro di silicio viene sciolto in acido lasciando libero lo spazio interno delle capsule. Il professor Sukhorukov afferma che le capsule costruite con questo metodo possono avere dimensioni comprese tra i 200 nanometri e i 10 micron. Le capsule vengono inserite nelle cellule mediante elettroporazione, tecnica che permette di ottenere una temporanea permeabilità delle membrane grazie ad un impulso elettrico applicato alla cellula. Dopo essere state impiantate nelle cellule, le capsule sono in grado di proteggere il principio attivo che contengono dall’azione degli enzimi cellulari. I ricercatori hanno sperimentato il rilascio di peptidi all’interno delle cellule segnando così un primo passo verso la corretta messa a punto del metodo. Le nanoparticelle d’oro sono state usate in precedenza in un lavoro di ricerca condotto da Naomi Halas, professoressa di chimica e direttrice del Laboratorio di Nanofotonica presso la Rice University. Rispetto al lavoro di Halas, la ricerca europea aggiunge un importante passo avanti poiché mette in evidenza che i peptidi contenuti nelle microcapsule possono essere rilasciati nelle cellule viventi. La ricerca risulta quindi di grande importanza per le applicazioni in vitro, ma prima di poter pensare ad un possibile impiego sull’uomo sarà necessario risolvere numerosi problemi legati alla sicurezza della tecnica impiegata. Recentemente Halas ha intrapreso nuovi studi riguardanti i meccanismi del rilascio di sostanze mediato dalla luce. La temperatura delle cellule rimane la stessa mentre si deve scaldare dolcemente solo la superficie delle capsule. I ricercatori tedeschi stanno procedendo nei loro studi volti ad approfondire l’impiego delle capsule nelle cellule viventi. Verificheranno i risultati ottenuti fino ad ora utilizzando anche numerosi altri tipi cellulari e differenti peptidi, inoltre renderanno pubblici a breve i loro studi riguardanti un approccio alternativo per il rilascio del contenuto delle capsule: tale approccio non implica l’uso della luce e potrebbe essere un primo importante passo per capire le dinamiche del rilascio dei farmaci in particolari distretti del corpo dove la luce non può penetrare facilmente. Nel frattempo Sukhorukov e colleghi proseguono gli studi per cercare di ridurre il quantitativo di luce richiesto affinché le capsule rilascino il loro contenuto. Un altro gruppo di ricerca, guidato da Jean Fréchet, professore di chimica organica della University of California, Berkeley, ha creato capsule che sfruttano un approccio simile alle capsule coperte di nanoparticelle d’oro. I risultati della ricerca sono apparsi sulla rivista Journal of the American Chemical Society. Il metodo studiato dal team della University of California è stato creato per temporizzare a piacere una reazione chimica: le capsule stoccano un reagente fino a quando non entrano in contatto con la luce laser, in questo modo è possibile dare avvio alla reazione dove e quando si desidera. Il sistema può essere impiegato nei processi di stampa, nelle industrie chimiche di sintesi e anche in campo medico per il rilascio controllato dei farmaci nell’organismo. “Abbiamo trovato il modo per contenere sostanze chimiche incompatibili nello stesso luogo e abbiamo sviluppato un metodo per avviare la reazione” afferma Fréchet. “Il sistema di incapsulamento permette di posizionare le sostanze esattamente nel luogo desiderato, lasciandole anche per un certo tempo e quindi liberandole affinché avvenga la reazione” spiega Alex Zettl, professore di fisica presso la University of California, Berkeley. Il metodo messo a punto dai ricercatori di Berkeley per creare le capsule prevede la preparazione di un mix costituito dalle sostanze da incapsulare a cui viene aggiunta una piccola quantità di nanotubi di carbonio e i precursori utili per fare il nylon. La miscela viene posta in agitazione e questo permette la formazione di sfere di nylon che catturano i nanotubi di carbonio e il reagente da incapsulare. Le microcapsule sono comunemente usate nei detergenti dove separano il sapone da altre sostanze fino alla miscelazione in acqua. Sono presenti anche nella carta copiativa dove mantengono separato l’inchiostro fino a quando la pressione esercitata dalla penna causa la rottura delle capsule. Il lavoro dei ricercatori di Berkeley aggiunge maggiore precisione e migliori opportunità di impiego delle microcapsule. La ricerca è ancora in uno stadio iniziale e gli studiosi mirano a numerose interessanti implementazioni. |
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