Aconito, tra storia e leggende

Aconitum napellus - Foto di Cristina GandolaL’aconito è noto sin dall’antichità per la sua velenosità. L’aspetto particolare dei fiori associato alla tossicità della pianta ha dato spunto a miti e leggende che da sempre lo indicano come il fiore della vendetta e dell’amore colpevole. Il potente veleno, contenuto in maggior quantità nelle radici, era già noto ed usato dalle antiche popolazioni Cinesi e Indiane. Altrettanto facevano in tutta Asia, Europa e Nord America. Galli e Germani estraevano il succo dalla pianta intera mentre in India venivano usate solo le radici.

Il succo della pianta serviva ad intingere e rendere mortali frecce, lance, spade e pugnali per affrontare le battaglie con i nemici.
Nell’antica Grecia era usato come veleno giudiziario.

La Mitologia

La fama di questa pianta, considerata malvagia e tossica, è tale da essere citata anche nella mitologia greca e latina.
Ovidio narra che il custode degli inferi Cerbero, cane a tre teste di Ecate, regina dell’Ade, portasse nella bava i semi di aconito. Quando Eracle (o Ercole, nome latino), durante la sua dodicesima fatica, rapì la bestia dall’inferno per portarla sulla Terra, la rabbia del cane era tale che la saliva sbavata, al contatto con il suolo, si trasformava in aconito. Fu in questo modo che la pianta, tipica degli Inferi, arrivò sulla Terra.

Secondo la tradizione popolare ellenica, il nome dell’aconito deriverebbe da Acona, il porto di Eraclea in Bitinia, dove sarebbe germogliata per la prima volta dalla bava di Cerbero.
Ovidio, riguardo a questo episodio, propone un’altra derivazione etimologica:

Ed ecco giungere Teseo, figlio ignoto al padre,
dopo aver placato col suo valore l’istmo
dai due mari bagnato.
Per ucciderlo Medea prepara una pozione,
l’aconito portato con sé dalla Scizia.
Erba, narrano, nata dai denti del cane di Echidna.
Una buia spelonca si apre dalla tenebrosa imboccatura:
da qui, lungo una ripida via,l’eroe Tirinzio
fuori trascinò, legato con catene di duro metallo,
Cerbero che s’impuntava e gli occhi storceva
Non sopportando la luce e gli scintillanti raggi.
E il cane, divincolandosi infuriato, riempì il cielo
Di tre latrati in una volta sola
E i verdi campi spruzzò di bianchiccia bava.
Questa, si pensa, si coagulò trovando alimento
Nel suolo fertile e fecondo,
ed erba divenne capace di avvelenare;
un’erba che nasce e resiste sulla dura pietra,
chiamata perciò aconito dai contadini.
(Ovidio, Metamorfosi, VII, 404-419)

perciò l’aconito sarebbe una delle piante che Medea, capostipite delle streghe occidentali, avrebbe portato con sé dalla Scizia, dove era germogliata dalla bava di Cerbero, trasformato in costellazione, ricaduta dal cielo sulle pietre.

In realtà “akonè” in greco significa “pietra”, ed è presumibile che il suo nome dipenda dalla caratteristica della pianta di crescere su suoli rocciosi.

Un altro mito greco racconta che la vittima più illustre del veleno dell’aconito fu il centauro Chirone, padre della medicina: venne raggiunto da una freccia avvelenata lanciata da Eracle durante la sua quarta fatica, il dardo si conficcò nel ginocchio del Centauro e nessun rimedio potè alleviare l’angoscia e il dolore, tanto che, essendo immortale, pregò Zeus di farlo morire. Nove giorni dopo la sua morte, Zeus pose la sua immagine nel cielo come costellazione del Centauro.

Secondo un altro mito l’aconito sarebbe nato dal sangue di Prometeo:
Prometeo plasmò gli uomini e donò loro il fuoco di nascosto da Zeus, che quando se ne accorse ordinò a Efesto di inchiodare Prometeo al monte Caucaso, montagna della Scizia. Così Prometeo rimase immobilizzato per molti anni e ogni giorno un’aquila volava sopra di lui e gli rodeva il fegato, che ricresceva durante la notte. Dal sangue fuoriuscito dal fegato di Prometeo si sviluppò l’aconito, simbolo del rimorso.

Il Medioevo

La forma ad elmo del fiore ha ispirato credenze e superstizioni in tutta Europa.
Simbolo del cavaliere errante nella mitologia nordica, rappresentava l’Elmo di Odino, il più valoroso guerriero teutonico nella tradizione norvegese. Tale speciale copricapo conferiva a chiunque lo indossasse il potere magico di rendersi invisibile agli uomini. Tale effetto si otteneva anche portando un ramo di aconito sul corpo.
La religione cristiana lo ritiene il cappuccio dei monaci mentre in Francia è popolarmente detto Carro di Venere perché l’apparato riproduttivo assomiglia a quello femminile. Soprannominato Elmo di Giove in Italia, Elmo di Troll in Danimarca, Cappello di Ferro in Inghilterra. A causa della sua velenosità, il nome più appropriato è forse quello tedesco di Erba del Diavolo.

I contadini lo hanno soprannominato “strozzalupo”, come già osservava Dioscoride: in passato si gettavano intorno agli ovili alcuni brandelli di carne mescolata con radici di aconito così i lupi e gli altri predatori, mangiando la carne, morivano avvelenati.

Oltre a rendere invisibili, quest’erba “magica” aveva anche altre proprietà: si dice che riponendo qualche fiore di aconito in un sacchetto sotto il cuscino, verrà stimolata l’intelligenza e la saggezza di chi avrà la fortuna di dormirci.

Era usato nel Medioevo da maghi e streghe per compiere i loro malefici: i maghi si mettevano intorno al collo una pelle di serpente in cui avevano introdotto segatura di radici di aconito per diventare immediatamente invisibili.

Dai verbali dei processi di stregoneria, risulta impiegato dalle presunte streghe per la preparazione di filtri e unguenti di cui si sarebbero cosparse per rendersi invisibili e volare ai Sabba cioè alle loro “riunioni” con il diavolo: le streghe si spogliavano e si cospargevano il corpo con gli unguenti magici, poi, a cavallo di una scopa, una panca, uno sgabello o un animale, anch’essi cosparsi di unguento, uscivano dalla porta o dal camino e volavano al Sabba dove incontravano le altre streghe.
Questo volo immaginario era provocato dalle preparazioni erboristiche che le streghe usavano, infatti l’unguento delle streghe conteneva numerose droghe vegetali provenienti da: Solanaceae, in particolare Atropa belladonna, Datura stramonium, Hyoscyamus niger, Mandragora officinalis, ricche di alcaloidi tropanici come atropina, iosciamina e scopolamina con effetti allucinogeni. Inoltre venivano aggiunti l’aconito (Aconitum sp.), il colchico (Colchicum autumnalis) e numerose altre specie vegetali. Tutte queste piante provocano allucinazioni e offuscamento dei sensi, seguiti da sonno popolato da incubi così, quando cessa l’effetto delle droghe vegetali, rimane una forte confusione mentale con la tendenza a colmare i vuoti di memoria con racconti di fantasia. Ecco perché le “streghe” si convincevano di aver incontrato il diavolo e aver volato su una scopa.

Sempre allo scopo di volare, l’aconito sarebbe stato usato dai tempestari che ne estraevano l’olio con cui si spalmavano il corpo per salire sopra le nubi e scatenare grandinate e nubifragi sulle persone che li avevano contrariati. Per tutti questi motivi, l’aconito ispirò il simbolo della vendetta e del maleficio.

L’erba del diavolo

Il soprannome che più si addice all’aconito è quello di “erba del diavolo”. E’ infatti una pianta tanto bella quanto velenosa, anzi, contiene uno dei veleni più potenti che si conoscano, che può essere assorbito anche direttamente attraverso la pelle tenendo ad esempio un mazzo di aconito in mano. Questa pianta contiene vari alcaloidi, il più importante è l’aconitina, tali sostanze agiscono sul sistema nervoso determinando la morte per paralisi cardiaca o respiratoria.
Plinio il Vecchio scriveva che l’aconito poteva essere usato anche come farmaco, come insegnavano gli antenati secondo i quali “non esiste nessun male da cui non derivi qualcosa di buono: ha la caratteristica di provocare la morte dell’uomo se non trova qualcosa da distruggere all’interno dell’uomo stesso. Allora combatte con questa sola cosa, come sentendosi più forte di ciò che ha trovato ed è incredibile come i due veleni, i quali pure da soli sono entrambi mortali, si annientino reciprocamente all’interno dell’uomo, col risultato che l’uomo sopravvive.”
Questa credenza, riferita anche dagli studiosi del Cinquecento, tra cui Castore Durante, sopravvisse fino a qualche secolo fa causando, com’è facile immaginare, molte vittime.
Oltre ad essere considerato un rimedio, il succo estratto dall’aconito veniva anche usato per avvelenamenti.

Solo verso la fine del 1700 l’aconito fu introdotto come analgesico nella medicina scientifica per utilizzarne le cime fiorite e le foglie fresche o essiccate.
Oggi si usano soprattutto le radici tuberose, la cui produzione spontanea è sufficiente per il consumo.
La somministrazione terapeutica provoca rallentamento dei battiti cardiaci e del ritmo respiratorio, oltre a diminuzione della pressione arteriosa. L’uso terapeutico è oggi limitato: in omeopatia lo si prescrive per curare le malattie da raffreddamento, i disturbi cardiaci e le nevralgie.

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