Fitosteroli e una dieta povera di grassi per ridurre il colesterolo

grassi alimentari - Foto di Gaston ThauvinI fitosteroli sono utili per ridurre il colesterolo LDL per questo motivo è utile assume alimenti arricchiti in fitosteroli, lo scopo è controllare la colesterolemia e prevenire i rischi cardiovascolari che ne possono conseguire. Le persone moderatamente ipercolesterolemiche grazie a una dieta povera di grassi e ai fitosteroli possono ridurre in modo soddisfacente il colesterolo LDL mantenendo un buon livello di HDL.

Recenti studi mettono in evidenza l’importanza dell’effetto di una dieta ipolipidica associata all’assunzione di alimenti arricchiti in fitosteroli: la dieta a basso contenuto di grassi riduce il colesterolo totale, HDL e LDL senza provocare alcun cambiamento nel rapporto tra colesterolo totale e HDL; i fitosteroli riducono il colesterolo totale e LDL ma non la frazione antiaterogena HDL perciò il rapporto tra colesterolo totale e HDL risulta migliore. Emerge inoltre che l’effetto benefico sulla riduzione della colesterolemia ottenuto con la dieta povera di grassi e quello ottenuto con i fitosteroli sono indipendenti e additivi tra loro.

I grassi nella dieta

Maggiore è il consumo di grassi assunti con gli alimenti, tanto più elevata è la colesterolemia totale, ma non tutti i grassi hanno lo stesso impatto sui livelli di colesterolo legato alle lipoproteine LDL ed HDL: i grassi saturi e insaturi di tipo trans tendono ad aumentare il colesterolo totale e LDL, mentre gli acidi grassi polinsaturi n-6 a conformazione cis, come l’acido linoleico, e in parte anche i monoinsaturi a conformazione cis, come l’acido oleico, tendono a ridurre la colesterolemia; il colesterolo “buono” HDL tende ad aumentare con l’assunzione di acidi grassi monoinsaturi mentre tende a ridursi con i grassi insaturi a conformazione trans.
Non è ancora chiaro l’effetto dell’assunzione di colesterolo alimentare sulla colesterolemia.

Il colesterolo è contenuto nei cibi di origine animale come le carni bovine, le uova, i crostacei, e in quantità minore in tutte le carni, nel burro, nel latte e nei formaggi oltre che in alimenti dove vengono usati ingredienti che contengono tale sostanza.
E’ difficile poter valutare quanto il colesterolo alimentare possa influenzare i livelli di colesterolo plasmatico poiché l’assorbimento del colesterolo alimentare è estremamente variabile (dal 30% all’80%) e dipende probabilmente in parte da alcuni polimorfismi genetici.
Può essere utile limitare l’apporto giornaliero di colesterolo alimentare, ma è altrettanto importante ricordare che alcuni alimenti ricchi di colesterolo, come le uova, hanno significative valenze nutrizionali e per questo è bene che vengano consumate all’interno di una dieta equilibrata.

Gli acidi grassi saturi si trovano in un elevato numero di alimenti, soprattutto in quelli di origine animale come le carni rosse, il burro e i formaggi, ma anche nell’olio di cocco e di palma. Questi grassi possono contribuire all’aumento della colesterolemia totale.
I diversi acidi grassi saturi non producono lo stesso effetto sul profilo lipoproteico: gli acidi grassi a catena più corta come l’acido caprilico (C8:0) e l’acido caprico (C10:0) aumentano il colesterolo LDL senza influire su l’HDL, mentre l’effetto ipercolesterolemizzante maggiore è associato all’acido laurico (C12:0), miristico (C14:0) e palmitico (C16:0). Per questi ultimi tre grassi saturi si è osservato che, all’aumentare del numero di atomi di carbonio, l’effetto ipercolesterolemizzante tende a diminuire sia sulle LDL sia sulle HDL. L’acido laurico sembra avere più effetto sulla colesterolemia HDL che sulla colesterolemia LDL; l’acido stearico (C18:9), il secondo acido grasso presente nella dieta per quantità, se sostituito agli acidi laurico, miristico, palmitico o ai monoinsaturi trans avrebbe l’effetto di ridurre la colesterolemia LDL, come l’acido oleico monoinsaturo.
E’ stato osservato che in generale le diete che contengono meno del 10% delle calorie complessive sotto forma di grassi saturi e che apportano non più di 300 mg di colesterolo al giorno, sono efficaci nella riduzione della colesterolemia LDL.
Inoltre, riducendo ulteriormente l’assunzione di grassi saturi, che comunque non dovrebbero superare il 7% delle calorie totali (sebbene in Italia il consumo medio si aggiri intorno al 10%), e assumendo non più di 200 mg di colesterolo al giorno, si può ridurre il colesterolo LDL del 9-12%. Questa riduzione può essere ulteriormente migliorata dalla perdita di 3-6 chili di peso corporeo.

Gli acidi grassi monoinsaturi come l’acido oleico (C18:1), componente rilevante di numerosi alimenti, e contenuto in concentrazioni elevate soprattutto nell’olio d’oliva, di girasole e di colza, mostrano un effetto neutro sulla colesterolemia totale dovuto ad un contemporaneo aumento dei livelli di HDL e una riduzione di LDL con un conseguente miglioramento del rapporto tra HDL e LDL associato alla riduzione del rischio cardiovascolare.
Una dieta molto ricca di acidi grassi monoinsaturi, pari a circa il 24-28% delle calorie totali e povera di grassi saturi, ha un effetto positivo nella riduzione del colesterolo LDL pari a quello che si può ottenere con una dieta povera di grassi e ricca di carboidrati. Per questo motivo una dieta ricca in grassi monoinsaturi, come la dieta mediterranea, si associa ad una significativa riduzione del rischio cardiovascolare. I soli acidi grassi monoinsaturi però non bastano per fornire una protezione riguardo ai disturbi cardiovascolari, infatti, pare che sia l’effetto sinergico di tutte le componenti presenti nell’olio extra vergine di oliva a dare i benefici osservati nei Paesi mediterranei.
E’ bene assumere almeno il 15% di acidi grassi monoinsaturi nella dieta di tutti i giorni per controllare la colesterolemia.
In Italia l’apporto di monoinsaturi con la dieta è buono e si aggira intorno al 18-20% delle calorie totali.

Gli acidi grassi polinsaturi della serie n-3 (omega 3) modulano la concentrazione plasmatica delle lipoproteine ricche di trigliceridi (VLDL), riducendone la sintesi e la secrezione a livello epatico. A questo segue la diminuzione della trigliceridemia.
Gli omega 3 influenzano la riduzione della secrezione delle VLDL e quindi il trasporto dei trigliceridi, si formano VLDL più piccole e probabilmente aumenta la clearance delle VLDL stesse. Si ha una diminuzione di acidi grassi disponibili ad essere esterificati in trigliceridi.
Gli omega 3 si possono trovare in numerosi alimenti e sono sia di origine vegetale come l’acido alfa linolenico (ALA – C18:3), contenuto ad esempio nelle noci, sia di origine marina come l’acido eicosapentaenoico (EPA – C20:5) e l’acido docosaesaenoico (DHA – C22:6) presenti nel pesce.
Gli omega 3 contenuti nell’olio di pesce causano l’aumento delle HDL2, più grandi e ricche di colesterolo, e la formazione di LDL più grandi e quindi meno aterogene.
I benefici degli acidi grassi polinsaturi sembrano dovuti sia ai livelli di assunzione assoluti di questi grassi, sia al rapporto tra omega 3 e omega 6, infatti pare che gli omega 6, se assunti in eccesso, inibiscano gli effetti fisiologici degli omega 3. Tuttavia serviranno ulteriori studi per valutare l’importanza del rapporto tra questi acidi grassi nell’influenzare la colesterolemia e il rischio cardiovascolare.

Gli acidi grassi polinsaturi della serie n-6 (omega 6) sono molto importanti per ridurre la colesterolemia. In particolare l’acido linoleico (C18:2), presente soprattutto nei vegetali e in alcuni oli di semi come il mais, il girasole, la soia, è il precursore C18 della serie n-6 e ha un effetto ipocolesterolemizzante perché aumenterebbe l’espressione dei recettori per le lipoproteine LDL a livello epatico senza influenzare le HDL, produce quindi variazioni del profilo lipidico come la riduzione del rapporto tra HDL e LDL.
Gli acidi grassi polinsaturi sono perciò utili per ridurre la colesterolemia e quindi il rischio di eventi cardiovascolari, come dimostrano numerosi studi.
E’ buona norma assumere acidi grassi polinsaturi con la dieta fino al 10% delle calorie totali considerando sia gli omega 6 sia gli omega 3 che dovrebbero essere pari a circa l’1% delle calorie totali.
Purtroppo nel nostro Paese il consumo di questi acidi grassi si aggira tra il 3 e il 6% delle calorie totali, sarebbe quindi utile incrementare la presenza di omega 6 e omega 3 sulle tavole degli italiani.

Gli acidi grassi insaturi trans sono dannosi per l’organismo poiché associati ad un effetto proinfiammatorio e all’aumento del rischio cardiovascolare. Si trovano in quantità limitate nel latte e nelle carni dei ruminanti, ma sono presenti in concentrazioni elevate nei grassi vegetali parzialmente idrogenati che si formano durante i processi di solidificazione degli oli per la produzione delle margarine.
Gli acidi grassi trans di origine industriale fanno aumentare il colesterolo totale e LDL, inoltre riducono i livelli plasmatici di HDL peggiorando quindi il rapporto tra HDL e LDL.
Questi acidi grassi svolgono un’azione inibitoria sui recettori nucleari che controllano la trascrizione dei geni codificanti per una serie di apolipoproteine importanti nel controllo del metabolismo lipidico.
Le tecniche di preparazione delle margarine più recenti non portano alla produzione di questi acidi grassi. La maggior parte di queste margarine, riconoscibili perché soffici e spalmabili, ha un basso contenuto di acidi grassi insaturi trans, a differenza di quelle di vecchia generazione che ne contenevano fino al 40%.
I grassi ricchi di trans sono ancora usati per prodotti dolciari e da forno di bassa qualità, il loro utilizzo è dovuto alla loro stabilità e al loro costo contenuto.

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