Il desiderio di marijuana nasce nel cervello

marijuana - Foto di Mateusz AtroszkoIl desiderio è uno dei primi fattori comportamentali che caratterizzano la dipendenza dalle droghe. Tale fattore e i meccanismi neurobiologici che lo causano sono stati ampiamente indagati nel caso dell’alcol, del tabacco e di altre droghe da abuso, ma poco è stato fatto fino ad ora per quanto riguarda la marijuana.

La connessione tra desiderio e consumo di droga è una parte molto importante del complesso fenomeno della dipendenza da sostanze stupefacenti.
La brama di alcol o di droghe, per un individuo dipendente, sono le sensazioni più forti in grado di innescare il meccanismo del desiderio.

Gli studi riguardanti la dipendenza da numerose sostanze tra cui cocaina, eroina, alcol e tabacco, hanno ampiamente indagato le conseguenze cliniche associate al desiderio della sostanza da abuso puntando l’attenzione soprattutto sugli aspetti psicologici, sociali e farmacologici.

Un team di ricercatori della University of New Mexico ha voluto approfondire le conoscenze sul meccanismo del desiderio innescato dall’uso abituale di cannabis ed i risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America).

Per altre droghe da abuso il desiderio è associato con l’aumento dell’attività in un certo numero di aree cerebrali che sovraintendono il meccanismo della ricompensa.
Partendo da queste informazioni, i ricercatori si sono avvalsi del neuroimaging sfruttando la risonanza magnetica funzionale (fMRI) con lo scopo di esaminare i meccanismi alla base del desiderio per la marijuana.

La tecnologia del neuroimaging ha permesso l’avvio di un numero sempre maggiore di studi riguardanti i meccanismi neurobiologici legati al fenomeno del desiderio. Tali studi hanno evidenziato una importante relazione tra aumento del desiderio e corrispondente aumento dei meccanismi di ricompensa.

Il fenomeno della ricompensa coinvolge il sistema dopaminergico ed in particolare l’area tegmentale ventrale, il nucleo accumbens e la corteccia prefrontale la cui attivazione ripetitiva porta all’attribuzione di una maggiore importanza alle sensazioni.
Altre aree coinvolte nel meccanismo di ricompensa, come l’insula e il giro cingolato, mostrano un aumento dell’attività in seguito a stimoli correlati alla sostanza da abuso. Tali stimoli risultano associati anche ad un aumento dell’attività di aree cerebrali che governano le emozioni e la loro regolazione come il talamo e l’amigdala.

Lo studio ha coinvolto 38 consumatori abituali di marijuana che, dopo 72 ore di astinenza, sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre venivano somministrati stimoli visivi e tattili riguardanti la sostanza d’abuso.
La tecnica blood oxygen level dependent (BOLD) ha permesso di evidenziare numerose strutture cerebrali coinvolte nel meccanismo della ricompensa. Queste regioni hanno mostrato un elevato livello di attivazione in risposta allo stimolo capace di innescare il desiderio di marijuana.
Infatti, grazie alla tecnica fMRI-BOLD è stato possibile osservare che il desiderio di marijuana nei soggetti dipendenti in fase di astinenza risulta associato ad un significativo incremento dell’attivazione di numerose aree cerebrali tra cui l’area tegmentale ventrale, la corteccia cingolata anteriore dorsale, il cervelletto, il talamo, i giri pre e post centrali, l’insula, l’amigdala, il giro fusiforme, il lobo parietale inferiore e il giro temporale superiore.

L’attivazione della corteccia orbitofrontale e del nucleo accumbens è risultata correlata positivamente con i disturbi associati al consumo di marjiuana, inoltre l’intensità dell’attivazione messa in evidenza con la tecnica fMRI-BOLD risulta associata a livelli crescenti di dipendenza.

I risultati di questo studio mettono in luce che l’uso di marijuana attiva porzioni del cervello associate con la neuropatologia della dipendenza e l’incremento dell’intensità dell’attivazione risulta correlata con l’aumento dei disturbi legati al consumo della droga.

Questi risultati aprono la strada verso lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche per contrastare la dipendenza da cannabis, infatti, bisogna considerare che fino ad oggi le scarse conoscenze riguardo i meccanismi neurali innescati dal consumo di marijuana hanno rallentato la messa a punto di metodi psicologici e farmacologici atti a dissuadere i pazienti dal consumo dello stupefacente.

Attualmente esistono numerosi approcci farmacologici per il trattamento delle dipendenze. Gran parte di essi mirano a ridurre la sensazione di desiderio durante il periodo di astinenza da una specifica droga.

Studi precedenti riguardanti la dipendenza da marijuana evidenziano che nei soggetti consumatori abituali in stato di astinenza il desiderio aumenta anche semplicemente osservando immagini associate al consumo della sostanza: maggiori sono le quantità mostrate in video maggiore risulta il desiderio. Inoltre il desiderio aumenta anche maneggiando oggetti legati al consumo della sostanza d’abuso.
Questo studio conferma i dati di letteratura, infatti, la combinazione di stimoli visivi e tattili aumenta l’attivazione delle aree coinvolte nel meccanismo di ricompensa.

Lo studio mette in luce i meccanismi neurali che sovraintendono il desiderio di marijuana nei soggetti dipendenti e chiarisce che, come per numerose altre sostanze da abuso, anche la marijuana agisce sul cervello coinvolgendo i meccanismi della ricompensa. Infatti, simili percorsi neurali risultano associati sia al desiderio di marijuana, sia a quello per l’alcol e per altre droghe come cocaina o nicotina.

Lo studio evidenzia inoltre che il desiderio di marijuana non coinvolge un unico meccanismo di risposta:

  • una maggiore attività del giro frontale inferiore/insula indicano un aumento nella motivazione in presenza dello stimolo,
  • una maggiore attività della corteccia cingolata anteriore dorsale si correla ai processi cognitivi basati sulla ricompensa,
  • una maggiore attività dell’amigdala è legata ad un aumento dei processi emotivi dovuti agli stimoli sensori.

E’ possibile che queste alterazioni siano correlate ad una minore capacità della corteccia prefrontale di elaborare e rispondere in modo adeguato alle informazioni.

Questo studio rappresenta un primo importante passo verso una migliore comprensione dei meccanismi che sovraintendono la dipendenza da marijuana e apre la strada a ulteriori indagini mediche, farmacologiche e psicologiche.

Neuroimaging

È una tecnologia che permette di misurare le reazioni dei soggetti agli stimoli.
Il neuroimaging include le tecniche di scansione encefalografica in grado di produrre immagini della struttura o del funzionamento dei neuroni e sfrutta due metodi di analisi: la Functional Magnetic Resonance Imaging (fMRI) e la Functional Diffuse Aptical Tomography (fDOT).

La fMRI usa comunemente la tecnica Blood Oxygen Level Dependent (BOLD), che identifica le aree del cervello caratterizzate da un flusso sanguigno più elevato cui corrisponde un’attività più intensa. La procedura di fMRI prevede di solito il confronto tra le immagini delle aree cerebrali interessate prima e durante l’attività cognitiva in studio.
Consente di seguire l’attività neurale in modo non invasivo.

La fDOT permette la rilevazione delle zone corticali e consente di compiere indagini ad una profondità massima di un centimetro dalla superficie del cervello.
I tessuti biologici, colpiti da una luce ad una lunghezza d’onda vicina all’infrarosso, mostrano una particolare trasparenza che può mettere in evidenza le variazioni del flusso sanguigno. Le differenze di assorbimento consentono di vedere le aree ricche di sangue ossigenato e permettono di misurare in modo indiretto l’attivazione neurale.